Questo, in termini da economista, si chiama oligopolio.
E’ tramontato il sogno che il web fosse un mezzo di competizione perfetta, dove l'outsider poteva battere, anche con risorse limitate, con i grandi del mondo editoriale. Salvo pochi casi, in realtà il verdetto su cosa sia Internet e su cosa funzioni lo sta emettendo il mercato.
La colpa è dunque del mercato - cioè dei navigatori. Una massa di utenti tuttora in crescita, con una fame di Internet che (a giudicare dall'incremento del tempo speso on line) non si è ancora saziata.
Proprio in conseguenza di questa crescita, aumenta il numero di utenti con esperienza limitata della rete. Esiste (ed è grande) una utenza che esprime un bisogno di concretezza, di risposte ad esigenze pragmatiche di contenuto, di servizio, di entertainment.
Una utenza che non ha probabilmente voglia o interesse ad esplorare ad oltranza la rete.
Di qui il coagularsi di traffico attorno a pochi siti in grado di soddisfare le esigenze (almeno "di base") degli utenti. E, soprattutto, siti dal brand forte, caratterizzato, dalla forte identità e dalla consolidata awareness. Anche in questo caso il brand funziona da punto di riferimento, che orienta le scelte e funziona da faro per guidare il tragitto nel mare magnum di questa rete infinita.
Mentre si è rivelato faticoso ma praticabile sviluppare siti e mettere a disposizione contenuti fruibili a tutti, si è rivelato molto più difficile riuscire a farlo raccogliendo successi eclatanti in termini di audience. Ed il mercato si è progressivamente compattato attorno a pochi grandi nomi.
Un po' come è successo (con tutte le diversità del caso) nel tumultuoso processo di nascita e sviluppo della emittenza commerciale radiotelevisiva.
Questo paragone da’ un certo brivido: dobbiamo temere un processo di "massificazione" della rete tale da portare i livelli qualitativi dei siti verso modelli televisivi che non fanno onore all'intelligenza umana?
Ma tant'è, quanto più la rete evolve da mezzo elitario a mezzo di massa, tanto più deve probabilmente fare i conti con "i gusti del pubblico".
Seguendo modelli di business basati sul traffico, molti siti hanno perseguito politiche di espansione a tutti i costi della quantità di contenuto offerta. Il vuol dire aumentare il numero di pagine del proprio sito, ergo incrementare il numero di impression da vendere, ergo avere un portafoglio più ricco.
Personalmente continuo comunque ad essere convinto che i grandi colossi lasceranno inevitabilmente degli spazi non occupati che potranno essere appannaggio di organismi più snelli, più specializzati ed adatti ad occupare nicchie specifiche - rivelandosi in questi ambiti circoscritti più darwinisticamente funzionali. A condizione di circoscrivere la propria attività in termini quantitativi e di approfondire al massimo i livelli qualitativi. Lavorando su target più piccoli e ben più specifici.
Con una complicazione: pianificare pubblicità su siti di nicchia significa complicare da morire il lavoro dei centri media o simili. E la tentazione susseguente è non lavorare di fino ma inseguire i grandi numeri, con macro pianificazioni sulle macro testate verso macro target poco differenziati…
Photo credits