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mercoledì, febbraio 26, 2014

Una macchina della verità su Twitter, per individuare le bufale?

Al momento siamo ancora lontani dall'aver trovato una soluzione, ma il problema esiste, ed è sotto gli occhi di tutti.

I Social Media (e non solo quelli, ma è un'altra storia) sono pieni di informazioni errate, di disinformazione, di news che non sono tali ma sono manipolazioni, di pseudoverità scientifiche appoggiate sul nulla o su grossolane falsificazioni.

Detto molto brutalmente, sono convinto che per chi mi legge in questo momento non ci sia un grossissimo problema: se si legge un blog di comunicazione e strategia digitale, si appartiene in qualche modo ad un elite socioculturale - e si hanno gli strumenti culturali per riconoscere le bufale.

L'Italiano medio, invece, purtroppo tende ad essere molto meno attrezzato (per leggere un po' di dati inquietanti, leggete la mia presentazione alla Social Media Week, qui). E non solo l'italiano: il problema della cattiva informazione esiste in tutto il mondo.

Per questo è nato un progetto chiamato Pheme (http://www.pheme.eu/) - finanziato anche dall'Unione Europea. I cui ricercatori hanno il sogno di sviluppare una "macchina della verità", un sistema che possa individuare su Twitter le cose sospette e le bufale palesi. 

Un po' di approfondimento, preso dal loro sito:

We are concentrating on identifying four types of phemes and modelling their spread across social networks and online media: speculation, controversy, misinformation, and disinformation. 

PHEME has partners from the fields of natural language processing and text mining, web science, social network analysis, and information visualization. Together, we will use three factors to analyse veracity: first, the information inherent in a document itself – that is lexical, semantic and syntactic information. 


This is then cross-referenced with data sources that are assessed as particularly trustworthy, for example in the case of medical information, PubMed, the biggest online database in the world for original medical publications. 


We will also harness knowledge from Linked Open Data, through the expertise of Ontotext and their highly scalable OWLIM platform. Finally, the diffusion of a piece of information is analysed – who receives what information and how, and when is it transmitted to whom?

Ora, lo scenario a tendere è quello di un sistema che avvisi i lettori? un po' come fa Google Mail quando becca nella nostra inbox una mail che puzza di phishing (scusate la battutaccia).

Un contributo ad arrestare sul nascere o quasi la diffusione di bufale (ma ci sarà sempre chi crederà di più alle notizie farlocche che a quelle vere - come quelli che sostengono che l'energia nucleare e le bombe atomiche non esistano).

Importante, perchè se alcune notizie possono farci sorridere, altri fanno dei morti, letteralmente. Come nel caso delle mancate vaccinazioni e della recrudescenza di alcune malattie che erano quasi scomparse. O di notizie false in aree di tensione, come le numerose primavere arabe od ucraine... (I ricercatori citano specificamente il caso dei "London Riots" del 2011 dove la falsificazione delle notizie ha giocato un ruolo non secondario).

"After sorting through sources the Pheme platform will then evaluate sources for authority ranking. For example, a New York Times post would hold more authority and trust than a source from an unknown person or business.

As Pheme continues to follow certain conversations it will determine the accuracy of the information.

Could online news soon be quickly verified on an International level? It looks like this Twitter lie detector test could be a big win for social validation.

By examining a tweets sentiment and then determining its validity, brands and consumers can more readily determine the truthfulness of social signals."

Vedi anche: http://www.engadget.com/2014/02/19/twitter-lie-detector/

mercoledì, giugno 10, 2009

I media USA pensano seriamente a farci pagare le notizie online

E chi le pagherà tutte queste notizie?

Un documento dell’American Press Institute raccomanda agli editori di farsi pagare, di combattere per il copyright e di rifocalizzarsi sui consumer per sopravvivere alla tempesta elettronica...

Un mio nuovo articolo su Apogeo, che racconta delle ultime pensate del mondo editoriale americano, che sta ragionando seriamente su come sopravvivere all'evoluzione dei media recuperando il pay per content.

L'articolo lo leggete qui

mercoledì, aprile 08, 2009

Associated Press spezzerà le reni ai blogger..

Titolaccio ad effetto, ma non molto lontano dalla realtà... abbiate pazienza, sono stanco come una bestia dopo una giornata di presentazione di best practices comunicazionali ai clienti e un successivo viaggio a Roma per condurre un piccolo ma interessante workshop... il debito di sonno mi fa diventare un blogger più aggressivo, evidentemente.

Ma non divaghiamo.

La polemica sul "Content Scraping" è destinata a prendere dimensioni sempre più ampie.

In pratica si tratta di quello che facciamo noi blogger: individuare una news interessante pubblicata da una fonte, sia essa un media tradizionale o un altro blog (pochi di noi sono in grado di generare news di prima mano, ammettiamolo) e pubblicarla sul propio blog.

I blogger più etici, tra cui mi pongo, cercano di dare un valore aggiunto alla notizia, un commento, un punto di vista, linkando all'originale. Partire da una citazione per aggiungere e dare originalità.

Purtoppo troppi altri blogger si limitano a ripubblicare più o meno integralmente il lavoro di altri e questo già non è bello, specialmente quando facendo così monetizzano il traffico sul loro sito grazie a content sviluppato da altri.

Quel che è peggio è che:

1) su Google escono tendenzialmente meglio i blog che i media "originali" su cui è comparsa in primis la notizia, portando traffico sugli scraper e meno sugli originatori delle notizie di prima mano;

2) in tempi di vacche magre, girano i maroni agli editori che spendono soldi e danno lavoro a persone per produrre content che poi si vedono "scippato".

Ora io credo come si è capito, che sia fondamentale per la nostra libertà poter riprendere una notizia, in base ad un diritto di citazione che dorebbe essere universale; ma credo anche sia sbagliato appropriarsi parassiticamente del lavoro degli altri.

Associated Press comunque si è imbufalita ed ha dichiarato guerra ha chi copia i loro contenuti probabilmente utilizzando sofisticati (?) motori di ricerca per beccare i copioni, facendo la faccia dura con Google e agregatori etc etc.

Citando fonti della nota agenzia di stampa, sono "imbufaliti come delle jene" (mad as hell) quindi dovremo vedere presto sangue ed interiora schizzare come in un film tarantiniano nei metamondi della blogosfera con azioni legali e forse azioni kamikaze di personale AP apositamente addestrato per la caccia al blogger.

Per approfondimento:
http://www.nytimes.com/2009/03/02/business/media/02scrape.html
http://www.brandrepublic.com/Discipline/Media/News/896755/Associated-Press-declares-war-misuse-content-online/
http://adage.com/mediaworks/article?article_id=135821