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mercoledì, ottobre 10, 2012

A volte ritornano: Beenz

Ho fatto un salto sulla sedia quando ho ricevuto questa mail, legata a IAB:


Beenz.com, e se per rendere felici i tuoi clienti bastasse un fagiolo?Stand A15

Gli utenti sono l’anima del commercio. Per coinvolgerli nelle call-to-action, incentivarli, fidelizzarli non serve promettere loro la luna. Basta un fagiolo: un beenz!

Beenz è la piattaforma permette di ricompensare il cliente che interagisce con il brand  con un piccolo incentivo, semplice e immediato: fagioli virtuali da accumulare per convertirli in buoni da spendere dove si vuole all’interno del network Beenz.

Con quanti post, recensioni e risposte ai questionari puoi avere gratis le sneaker dei tuoi sogni?
Vieni a scoprirlo allo stand A15… il primo pacchetto di fagioli ti aspetta!


Ho avuto veramente il senso dello spiazzamento temporale, come se mi fossi ritrovato 15 anni nel passato, di colpo. Come se mi fosse arrivata una mail inviata il secolo scorso e smarritasi per strada.

Scommetto che la maggior parte dei lettori i Beenz non se li ricordano.
Beh, erano stati una delle peggiori idee degli anni ruggenti de web, dal punto di vista strategico/business.

Dei punti da raccogliere, messi anche su siti di pregio come Kataweb se ricordo bene. Una collection, che si poteva redimere per ottenere premi fisici.

L'idea era di portare traffico alle pagine, perché le persone cacciavano i Beenz per cliccarli e accumularli.

L'ovvio problema è che una volta cliccato il Beenz col cavolo che ci restavano sulla pagina, che leggevano il contenuto, che cliccavano i banner... insomma, apporto di valore pari a zero. Scappavano a cercare un altro fagiolone da cliccare con la minor perdita di tempo possibile.

Spero vivissimamente (ma ne sono certo) che sia un po' cambiato il modello... domani vado allo IAB e poi vi dico ;-)




 Raccolte Punti
La cosiddetta raccolta punti è uno degli strumenti più classici a disposizione della persona di marketing.

La raccolta punti ha un glorioso passato alle spalle e probabilmente un buon futuro davanti, visto quanto i consumatori continuano a gradire questo tipo di promozioni.
Anche in rete questa forma promozionale si è vista applicata ma non sempre con risultati del tutto convincenti.

I meccanismi della raccolta punti (o "collection") possono essere applicati alla rete con un modello che tipicamente lega l'attribuzione di questi punti alla visita di certe pagine di un sito o alla fuizione di servizi o all'acquisto di beni (ma in questo caso in fondo sono più uno sconto che altro, da un certo punto di vista…).

Uno degli esempi più noti è quello di Beenz, una raccolta di punti basata su questi fagioloni virtuali (Beenz si legge circa come Beans) che potete raccogliere attraverso la visita a certi siti ma soprattutto registrandovi (e profilandovi), sottoscrivendo newsletter, scaricando materiale promozionale e così via. In Italia i Beenz sono adottati da Kataweb - che li lega però esclusivamente (almeno fino al momento in cui questo articolo è stato consegnato all'editore) alla visione di determinate pagine di alcuni siti del proprio circuito.

Questo, ovviamente, genera aspetti positivi per il sito (incrementa le pageviews - che determinano fra le altre cose i livelli di revenue e di appetibilità del sito…) ma presenta anche alcuni rischi.

Le pageviews generate possono essere assolutamente artificiali; c'è da domandarsi quante delle visite incrementali fatte ad una sezione "Lex" del sito siano effettivamente realizzate da persone che hanno un concreto interesse alle faccende legali - e quanto siano invece dovute a persone che magari non leggono nemmeno la pagina ma si limitano ad entrare, cliccare e scappare in cerca del prossimo bollino, con l'obiettivo di massimizzare a breve il proprio bottino.

A questa domanda ci si può ovviamente dare una risposta osservando e analizzando i file log, andando ad esempio a verificare se hanno visitato altre pagine prima o dopo quella incriminata e in generale il comportamento dell'utente.

Se la durata di permanenza sulla pagina è di 5-10 secondi o avete attirato un pubblico di lettori veloci (di quelli che sanno leggere Guerra e Pace in 15 minuti) o un pubblico di specialisti della promozione che non potrebbero essere maggiormente indifferenti al contenuto della pagina, sia esso il meteo o la coltivazione idroponica della rutabaga.
  
E' evidente che anche queste operazioni promozionali presentano dei rischi e vanno implementate tenendo ben presenti quelli che sono i limiti della natura umana e la naturale tendenza all'avidità di molti esemplari della nostra razza. 

giovedì, gennaio 13, 2011

Social Shopping: un nuovo approccio molto "tele-social" per le offerte


Social Shopping via cellulare…per monitorare le offertone.
Un nuovo player entra sul mercato -  Nuji.com.

Usando il proprio smartphone si può taggare un prodotto (leggendone il barcode o fotografandolo) ma anche taggandolo dai siti dei produttori di prodotti aderenti all'iniziativa. 
Non solo, attraverso Facebook Connect si possono condividere le segnalazioni, raccomandazioni… molto "social e 2.0" ;-)

Una volta costruito un proprio database di prodotti del desiderio (anche slla base delle segnalazioni della "community"), il sistema tiene d'occhio la situazione e non appena c'è un'offerta o una promozione su uno dei "nostri" prodotti, scatta l'allarme.

Il concetto è interessante, l'esecuzione mi lascia un po' perplesso. Forse giocandoci un po' riuscirò a farmelo piacere. 
  

venerdì, ottobre 15, 2010

In Rete, non conta cosa fai, conta chi sei?

L’esperienza quotidiana del mio lavoro di planner si scontra spesso con delle richieste apparentemente sensate da parte delle aziende. 

In questo periodo, in cui va di moda il socialmedia-coso, sono tipicamente richieste del tipo “mi studia un’operazione su... (Facebook, Foursquare, Twitter, quel che volete)?”. Ci sarebbe a questo punto da discutere che cosa succede quando chiedo “perché?”, ma lasciamo perdere. 
Ora, la richiesta è solo apparentemente ragionevole - o meglio, lo è se si sa cosa si chiede e quali sono le conseguenze.

Già mi immagino che qualche lettore sarà partito lancia in resta a scrivere un acidissimo commento che spiega all’imbecille (io) che i social non sono una moda, ma un fenomeno che cambia la nostra società eccetera eccetera.Vero. 

D’altra parte sono anche una moda, cioè uno di quei fenomeni cui si aderisce acriticamente, magari senza comprenderli appieno. Ed ecco allora che escono queste richieste.Il modello sottostante è sempre lo stesso: l’azienda resta quello che è, non cambia filosofia, prodotti, modus operandi, non cambia il proprio modo di essere sul mercato e sopratutto non cambia il proprio modo di percepire e considerare i propri clienti/prospect. E non cambia la relazione con loro. Ma dato che va di moda e forse è un’opportunità per vendere di più, si tenta la carta del social-coso invece che di un’altra operazione più classica (che generalmente è molto più costosa).


Fare il social diventa quindi fare “una cosa social”. Che ci permetta di essere percepiti come social-contemporanei. Di spingere una promozione. Di dopare un programma di marketing. Il tutto, rigorosamente senza cambiare essenza. Un po’ come andare a baciare i bambini di fronte alle chiese e stringere la mano al parroco, senza far troppo mistero del proprio sostanziale ateismo di fronte agli elettori. Qualcuno o tanti ci possono anche cascare o stare consapevolmente a questo gioco. Che, essendo sostanzialmente una promozione, funziona generalmente nel breve periodo: i risultati sulla distanza si riassorbono senza aver lasciato risultati permanenti, con un impatto neutro o poco positivo sulla percezione della marca.

Non voglio dire che occorra essere integralisti, le aziende molte cose non le possono fare. Non possono, nel giro di periodi brevi, cambiare radicalmente la propria essenza, almeno non senza cacciare un sacco di gente e prendersi dei rischi notevoli, buttando nella spazzatura esperienze consolidate negli anni. Anche se magari funziona sempre meno, è rischioso buttare tutto quello che funziona per gettarsi in esperimenti in aree in cui la propria esperienza è zero. Specialmente ricordando che l’esperienza si fa solo commettendo errori. Errori che possono costare cari.

D’altra parte restare quel che si è non porta lontano, molte volte. Qualsiasi strada inizia con il primo passo. A volte con un balzo, ma c’è chi a saltare da fermo può anche rompersi una gamba. E tuttavia fare dei passi senza convinzione non porta lontano sulla strada. Di conseguenza, abbandonando la metafora un po’ tolkeniana, porta a dare ritorni insoddisfacenti per la propria operazione “Social” (del tipo apri, chiudi, e poi ce ne inventeremo un altra.. e tra una e l’altra ovviamente mettiamo in animazione sospesa il nostro rapporto sociale con il pubblico).

C’è da ragionare sul fatto che spesso le operazioni di Social che si fanno più sentire sono quelle in cui c’è un’azienda che ha un’immagine, una percezione particolare. Lo vedo su Twitter: quali sono le persone o meglio i personaggi che seguo più volentieri? Quelli che danno spunti utili, concreti (e quindi hanno il mio rispetto) o quelli che si sanno rivolgere al pubblico in una certa maniera (lo sapete già , i miei preferiti sono, tra gli altri, la Regina Rania, Dita VonTeese e da un po’ anche Jorge Lorenzo). La questione, in fondo non è essere social o non esserlo, ma è che tipo di azienda si è. Date un’occhiata a che razza di linea aerea è Air New Zealand. Poi confrontatela con qualunque altro vettore aereo a vostra scelta. Oppure Cointreau, che ha scelto come testimonial proprio Dita VonTeese (così come ha fato l’acqua Perrier in Francia) e che apre anche un club privato per i suoi consumatori proprio da lei decorato.

Sono tutti esempi di aziende che sanno dare una percezione diversa, che in qualche modo vivono il proprio business e operano in modo diverso. Di conseguenza, quando fanno qualcosa, anche sui social media, godono facilmente di più attenzione - perché sono aziende interessanti, per cui vi sono pregiudizi positivi - si ritiene (ci si conta, si spera) facciano qualcosa di interessante. Che ci stupisca. Che ci gratifica quando diventiamo loro “fan” e ci schieriamo dalla loro parte viralizzando un messaggio.
Il che è molto diverso, da diventare fan di un’azienda neutra o un po’ polverosa che ha fatto l’ennesimo concorsino su Facebook.

Il problema è sempre lo stesso: nell’era dell’attention economy, della parità dei prodotti, della interscambiabilità delle offerte... “Do you have something interesting to say?” Che tradotto omofonicamente potrebbe essere  "hai qualcosa di interessante, in quello che sei"? ;-)

giovedì, luglio 15, 2010

Negli usa il buono sconto e' online

La Rete rischia di diventare sempre più un influencer dei nostri acquisti "offline"... 
 
Contro la crisi, gli americani corrono ai ripari e adottano strategie di rientro da quell'indebitamento personale che - se da un lato ha permesso uno sviluppo del mercato, dall'altro lato ha messo nei guai non poche famiglie.   

Per tutte quelle persone che non intendono dunque concentrarsi sul commercio online (tenendo conto anche dei costi della consegna a domicilio), un notevole favore di pubblico si sta riscontrando - almeno negli States - per l'antichissimo strumento del buono sconto.

Oggi, sempre più, il buono sconto va anche online... 
Se il tema vi interessa, potete leggere la nuova puntata del mio corso di formazione di web marketing per le PMI ospitato sul sito di Eurogroup.

martedì, giugno 22, 2010

Mulino Bianco: iPhone, operazione nostalgia


dopo iPasta e Pan di Stelle, Barilla prosegue con le operazioni di branding su iPhone.


Questa volta andando a lavorare su un target di ex-ragazzi (cioè di adulti) che sono cresciuti con le sorpresine del Mulino Bianco... quelle nella scatolina di cartone... 

E' disponibile da pochi giorni, in fatti, la versione digitale del classicissimo gioco del "Memory". 

Come gioco, ovviamente e dichiaratamente, l'interesse è molto limitato :-) il valore della cosa è nel riproporre in formato digitale il mondo di quel Mulino Bianco e di quelle sorpresine d'antan.

Raccomandato per un piccolo viaggio nel nostro passato di delinquenti giovanili. Su iTunes.

venerdì, novembre 13, 2009

Threadless - quando il prodotto ce lo disegnano i clienti

Parliamo del caso di Threadless, l'azienda che fa inventare i propri prodotti (T-Shirt) in buona parte al pubblico, ai propri clienti.

Un interessante esempio di come l'uso dei nuovi strumenti digitali, facendo leva sulle nuove culture, può cambiare radicalmente idee e modelli di business.

Una nuova puntata del mio corso di formazione online sull'e-marketing per le PMI (e i non geek in genere) per Eurogroup.

Il pezzo lo trovate qui.


Aziende: cosa farsene dei Social Media per il Business?

Da un lato è evidente la tentazione (e la pratica) di molte aziende di applicare, ai Social Media e alle altre forme di comunicazione innovative, modelli molto tradizionali di comunicazione e impiego - in modo spesso stridente rispetto a quella che è la natura del mezzo e del suo pubblico partecipativo.

D'altra parte è anche vero che non tutti i possibili clienti sono online e che le logiche di una comunicazione avanzata e potenzialmente "disruptive" non sono applicabili da tutti, in tutti i casi e in tutti i mercati.

Inoltre una ricerca di Razorfish mostra come negli USA il potenziale delle promozioni e degli sconti sia un motore importante per l'uso e la diffusione delle operazioni di Social Media degli utenti - mentre finora in molti ci si è concentrati a pensare (solo?) agli effetti di branding.

Insomma, la solita situazione complicata in un mercato in forte evoluzione. Su questo tema ho fatto una riflessione che trovate pubblicata su Apogeo, magari può interessare...